#TrendRadar🚨
L’altro giorno, mentre scrollavo distrattamente su TikTok, tra un balletto sulla nuova hit estiva e un tutorial sul make up, sono apparse loro: Ballerina Cappuccina e Espressona Signora. Mi è sembrato un incrocio tra un cartone animato e una parodia delirante di qualche favola. Ho riso. Poi ho scrollato ancora. E ancora. E alla fine ho pensato: aspetta un attimo, ma cosa sto guardando esattamente?
Benvenuti nel magico mondo del brainrot – uno dei trend più assurdi, virali e inspiegabilmente ipnotici che l’algoritmo mi abbia mai proposto. Un marasma di contenuti generati utilizzando l’intelligenza artificiale, con animazioni nonsense, personaggi inventati come “Bombardino Cocodrilo” o “Scimmietta Gelatiera” e voci robotiche che scimmiottano l’italiano in modo surreale.
Sono contenuti che istintivamente ci fanno ridere per quanto sono assurdi ma che necessitano anche di una qualche riflessione più seria. Perché se da un lato ci fanno staccare il cervello e divertire, dall’altro bisogna fare attenzione a non “abusarne”.
Questi brevi video caotici infatti rappresentano anche un campanello d’allarme di come della nostra soglia dell’attenzione si stia abbassando rovinosamente e di come una tecnologia – l’intelligenza artificiale – che ormai produce contenuti talmente virali da sfuggire anche al nostro controllo.
Insomma: il brainrot è un po’ come mangiarsi una torta golosa intera a cene. Buona? Sì. Innocuo? Non proprio.
Ma tu hai capito cos’è il brainrot?
Il brainrot è difficile da spiegare senza mostrarlo. È un po’ come cercare di descrivere un sogno assurdo appena svegli: mentre parli ti rendi conto che non ha alcun senso… ma in quel momento, giuro lo aveva!
In pratica, si tratta di contenuti video brevi, generati o remixati con l’AI, pieni di nonsense visivo e linguistico, con voci sintetiche che parlano in un finto italiano iper-accentuato. Il tutto viene confezionato in clip ultra colorate, ritmate, surreali, spesso animate con tool automatici.
I protagonisti? Creature bizzarre dai nomi inventati (e irresistibilmente memabili).
La trama? Nessuna.
Il senso? Pure.
Ma proprio in questo sta la loro forza: non devono avere senso, devono solo colpire, restare in testa, farci dire “ma cosa sto guardando?” mentre scorriamo senza riuscire a smettere.
E se ti stai chiedendo “ma è solo una cosa da ragazzini?”, la risposta è: no, perché l’algoritmo non fa prigionieri. Questi video sono costruiti per conquistare tutti, con il ritmo perfetto, la voce più straniante, e quel tocco di surrealtà che ci fa ridere e inquietare allo stesso tempo.
Ciò a cui secondo me dobbiamo fare attenzione è che il brainrot va oltre il semplice trend: è il risultato di una cultura digitale che ha fame di contenuti sempre più brevi, più assurdi, più estremi.
E sì, anche io rido quando vedo uno squalo con la voce di Google Translate ballare sulle note di una marcia balcanica. Ma poi mi chiedo: quanto ci stiamo abituando al rumore?
Perchè non riusciamo a smettere di guardare (e scorrere)?
Ammettiamolo: il brainrot è divertente. Ma non solo nel senso di “mi strappa una risata”. È divertente nel modo in cui lo è un gioco senza regole, o una battuta politicamente scorretta che fai con i tuoi amici. Fa parte di quella cultura memetica dove l’assurdo è linguaggio, e dove il non-sense è un codice condiviso. Ed è esattamente per questo che funziona così bene: non vuole spiegare, non vuole insegnare, vuole semplicemente stimolare una reazione immediata.
C’è qualcosa di profondamente creativo in questi contenuti. Perché dietro lo squalo ballerino o ad uno scheletro un po’ blasfemo, c’è un lavoro di remix, di sperimentazione, di estetica del caos che, piaccia o no, è una forma espressiva tutta nuova.
È anche un modo per staccare, per uscire dalla sovrastruttura dei contenuti “seri”, dei video patinati, dei tutorial perfettini.
Il brainrot è brutto, storto, sbagliato… e proprio per questo, liberatorio e fa ridere.
Quando il meme fa ridere, ma anche riflettere: i rischi del brainrot
Eppure, dietro tutto questo rumore colorato, ci sono anche ombre da non ignorare.
Il primo rischio è l’effetto “dipendenza da nonsense”. Sì, oggi non sappiamo più cosa inventarci, vero?
Parliamo di contenuti costruiti per agganciare l’attenzione in modo quasi automatico, senza lasciare nulla, se non la voglia di passare al prossimo video. E quando a farlo sono bambini, magari da soli con un tablet in mano, la cosa si complica.
Molti di questi video non sono pensati per un pubblico infantile, eppure finiscono lì, nel flusso dei contenuti per i più piccoli. Alcuni sono pieni di urla, suoni disturbanti, riferimenti violenti o doppi sensi che un adulto coglie e un bambino no. E non è solo una questione di “contenuti inappropriati”, ma di sovrastimolazione continua.
In più, c’è il grande tema dell’intelligenza artificiale: questi video spesso sono generati da prompt casuali, da immagini pescate in automatico, da voci neurali prese ovunque. Nessuno sa davvero chi li ha creati, con che intento, con che filtri. È un po’ come lanciare caramelle in una piazza affollata: se le prendono tutti, ma non sappiamo cosa c’è dentro.
Dalle stelle alle…
Sì, non serve finire la frase. Tutto fa ridere, ma tutto fa riflettere.
Noi, come veri markettari, cavalchiamo l’onda del trend, consapevoli che anche i brainrot possano essere utilizzati come una strategia di marketing vincente.
Purché…
Purché si sappia come fare e come non scadere nel banale e fallire invece che diventare virali.
Ma è per questo che ci siamo qui noi! 😉